Apr 20, 2018 Last Updated 5:51 PM, Mar 22, 2018

Intervento sulla Legge di Bilancio

  • Dic 21, 2017
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gianni bilan

Il disegno di legge, o meglio la bozza del bilancio di previsione dello Stato, è stata discussa in Commissione in modo caotico e incivile. È un rito che fa danni al Paese su cui è necessario intervenire. Vorrei ricordare che i deputati, i parlamentari rappresentano la nazione e non il loro collegio. C'è un Regolamento della Camera da rivedere, che deve disciplinare in modo diverso le procedure, la presentazione degli emendamenti, la centralità della Commissione nell'ordinare il dibattito e nello scegliere le soluzioni normative in modo - ripeto - non più caotico e incivile con sedute fiume, anche notturne, che indeboliscono sicuramente la razionalità nelle scelte che vengono compiute. È un problema di cui dobbiamo farci carico tutti e dispiace che, in questa legislatura, da parte di alcuni gruppi, si sia boicottato il processo di riforma del Regolamento della Camera. Detto questo, questo disegno di legge non è quello che noi auspicavamo, perché mira a conservare la situazione economica e sociale di profonda disuguaglianza che vive il nostro Paese e non punta, invece, sul cambiamento, in particolare su due grandi temi, Viceministro: la sanità e il lavoro. Solo su questi vorrei parlare, lasciando il testo scritto della mia relazione di minoranza per un esame più approfondito, per chi lo voglia fare, di tutte le posizioni del gruppo di MDP-Articolo 1 su questo disegno di legge. L'articolo 32 della Costituzione è chiaro: tutti i cittadini hanno diritto all'assistenza sanitaria. Per tanti anni questo diritto non c'è stato, soprattutto nel dopoguerra. Nel 1948 solo una parte aveva diritto all'assistenza sanitaria, erano solo due terzi dei cittadini italiani che avevano una mutua professionale o una assicurazione. C'è stato un lungo cammino della libertà, per usare il titolo di un grande libro di Nelson Mandela. Un lungo cammino della libertà ci ha portato a dare l'assistenza sanitaria a tutti gli italiani, e non solo a tutti gli italiani, ma anche chi veniva in Italia da altri Paesi ha avuto diritto all'assistenza sanitaria. Oggi non è più così. Oggi dobbiamo fare i conti con 14 milioni di italiani poveri, o a rischio di povertà, per i quali le cure sanitarie non sono più un diritto, perché non hanno i mezzi economici per assicurarsele. Il superticket era un paradigma di questa situazione, era un po' un simbolo. Vorrei citare i dati delle schede di dimissione ospedaliera, i famosi SDO. Ci dicono che 500.000 cittadini italiani nel 2017 sono stati costretti a lasciare la loro regione di residenza per andare a curarsi. Non c'è più una omogeneità nazionale, vi sono differenze di qualità nel sistema sanitario delle venti regioni e province autonome. Il 40,7 dei malati calabresi di tumore hanno scelto un ospedale non calabrese, sono andati al nord a curarsi; il 38,6 dei malati oncologici del Molise, il 28,6 dei malati di tumore della Basilicata, e potremmo citare tutte le regioni meridionali. La Lombardia, l'anno scorso, ha avuto 17.000 malati oncologici delle altre regioni italiane, soprattutto del sud. L'Emilia, più 6.000 malati oncologici provenienti da altre regioni. La Toscana, più 4.000. Spostarsi per i malati oncologici è pesante; questi viaggi della speranza sono costosi, pensiamo ai familiari che devono seguirli. C'è una iniquità anche dal punto di vista della spesa sanitaria, perché un miliardo e mezzo di euro si sono spostati dal Sud al Nord e nel frattempo la sanità privata avanza. Un terzo delle spese dei cittadini ormai sono a carico dei bilanci delle famiglie, non sono più assicurati dallo Stato. La vicenda dei ticket è emblematica: ormai per molte tipologie di accertamenti diagnostici si spende di meno, andando al privato che non rivolgendosi al pubblico, perché i ticket non rendono più competitivo il Servizio sanitario pubblico rispetto a quello privato; per non parlare delle liste di attese. Il diritto alla salute lega l'uguaglianza e la libertà. L'uguaglianza perché le cure mediche vanno assicurate a tutti, indipendentemente da età, sesso e provenienza. La salute è un bene indisponibile, cui nessuno può rinunciare per motivi economici, sociali ed etnici. Il diritto alla salute non è solo un diritto fondamentale dell'individuo, questo va chiarito, è un diritto della collettività, perché una comunità è sana se tutti i suoi cittadini possono aspirarlo ad esserlo. C'è, quindi, una relazione tra salute individuale e salute sociale, che i più sottovalutano. Quando il corpo umano, con i suoi bisogni e fragilità, è posto al centro delle dinamiche politiche, il nodo tra salute pubblica e privata si esalta ancora di più, si evidenzia ancora di più. La salute e il lavoro sono il cuore della democrazia, la sostanza dell'inveramento della Costituzione. Ebbene, su salute e lavoro, noi abbiamo in Italia una situazione di disuguaglianza. La disoccupazione, la povertà, l'incertezza previdenziale, hanno determinato un'enorme dilatazione della precarietà, cioè di una condizione esistenziale che sta minando alle radici la convivenza civile e democratica, la partecipazione dei cittadini alla politica, il loro ritrovarsi nelle regole democratiche. Noi dobbiamo sapere che questo male oscuro del disincanto, della sfiducia, può sfociare apertamente in un qualcosa di spiacevole per la democrazia. Questa legge di bilancio non affronta questi grandi temi della salute e del lavoro, per questo noi l'abbiamo contrastata. Naturalmente ci sono alcune rondini che non fanno primavera. Si è intervenuto per sanare alcune situazioni di precarietà, penso all'Afam, ai vigili del fuoco, però il taglio complessivo di questo disegno di legge non fa i conti con la necessità di cambiare il Paese, e non di conservare l'attuale situazione.