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Mozioni

Mozioni (5)

Pensando di fare cosa gradita, pubblico la mia Relazione per la Minoranza al DEF 2016 del Governo in discussione alla Camera dei Deputati. Un caro saluto

Gianni Melilla Deputato Segretario di Presidenza

In allegato la relazione

MOZIONE SINISTRA ITALIANA Concernente iniziative in materia di gestione delle crisi bancarie e tutela dei risparmiatori, con particolare riferimento all’applicazione dello strumento del cosiddetto Bail- in

La Camera, premesso che: il 22 novembre 2015, con la emanazione del decreto-legge n. 183 del 2015 (c.d. decreto “Salva banche”), quasi integralmente assorbito, successivamente, dai commi da 842 a 861 dell’articolo 1 della legge n. 208 del 2015 (Legge di stabilità 2016), il governo, prendendo atto che la Banca delle Marche, la Banca popolare dell'Etruria, la Cassa di risparmio di Ferrara e la Cassa di risparmio di Chieti non avrebbero potuto essere salvate dal Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi, ha consentito, senza soluzione di continuità, l'operatività delle stesse anche grazie alla previsione di un Fondo di solidarietà a favore dei risparmiatori; a determinare l’iniziativa del governo è stata la contrarietà della Commissaria Margrethe Vestager, a capo della sezione Concorrenza della Commissione europea, secondo la quale, l’eventuale ricorso al suddetto Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi per risolvere l’insolvenza dei quattro istituti di credito, si sarebbe configurato come un aiuto di Stato, essendo lo stesso alimentato da versamenti obbligatori da parte del sistema bancario italiano. Ma alla stessa stregua e seguendo tale discutibile logica di dovrebbero considerare parimenti come appartenenti al settore pubblico anche le società di assicurazioni che ricevono premi obbligatori come polizze auto, etc. D’altra parte tale interpretazione da parte degli organismi europei era nota da tempo, infatti con una Comunicazione sugli aiuti di Stato al settore bancario dell’agosto del 2013 la Commissione Europea individua fra le misure che possono costituire aiuti di Stato, anche quegli interventi diversi dal rimborso dei depositanti effettuati da un sistema di garanzia dei depositi per ristrutturare una banca «nella misura in cui sono soggetti al controllo dello Stato e la decisione relativa all'utilizzo dei fondi è imputabile allo Stato», a cui fa seguito, il 4 novembre 2014 il varo, sia pure incompleto, dell’Unione bancaria europea; sorge, pertanto, il fondato sospetto che l’argomentazione opposta al governo italiano in questa occasione dalla Commissione europea celasse un’altra realtà, e cioè quella di voler stabilire immediatamente il principio del burden sharing, cioè quello della ripartizione del sacrificio tra gli azionisti e (almeno) tra alcuni obbligazionisti; il Governo Letta accetta, all’epoca della loro emanazione, le nuove regole sul bail-in ma senza ricorrere, in sede europea, al suo diritto di veto per impedire che la relativa normativa fosse retroattiva e che all’Italia fossero consentiti interventi di bail-out ex-post, meccanismi di cui avevano largamente usufruito in precedenza gli altri Paesi UE, come largamente dimostrato da alcuni dati di Eurostat che dimostrano che, alla fine del 2013, gli aiuti ai sistemi finanziari nazionali avevano accresciuto il debito pubblico di quasi 250 miliardi di euro in Germania (+ del 8% del Pil tedesco), di quasi 60 miliardi di euro in Spagna, di quasi 50 miliardi di euro in Irlanda e nei Paesi Bassi, di poco più di 40 miliardi di euro in Grecia, sui 19 miliardi di euro in Belgio e Austria e quasi 18 miliardi di euro in Portogallo. In Italia il sostegno pubblico è stato di circa 4 miliardi, tutti, peraltro, ormai restituiti. Vale in questa sede anche ricordare che BCE e Commissione Europea permisero che le banche francesi e tedesche, detentrici di molti titoli greci, recuperassero i loro investimenti, per dichiarare solo successivamente un parziale default a carico dei creditori privati; la particolare situazione italiana è stata determinata anche dalla volontà dell’Associazione Bancaria Italiana (ABI) di impedire quegli interventi pubblici che in altri Paesi hanno consentito la ricapitalizzazione degli istituti di credito attraverso le nazionalizzazioni temporanee degli stessi. Diversamente, nel nostro Paese la ricapitalizzazione delle banche è sostanzialmente avvenuta a spese dei risparmiatori e dei piccoli azionisti; nel frattempo, secondo gli ultimi dati, la somma delle sofferenze bancarie ha raggiunto i 216 miliardi di euro, con un aumento rispetto al dicembre 2008 di oltre il 400%: un arco temporale nel quale ha imperversato la più grave crisi economico-finanziaria della nostra storia moderna, peggiore persino di quella degli anni Trenta, gestita, sia a livello europeo che italiano, ricorrendo a politiche di austerità che ne hanno prolungato e moltiplicato gli effetti; i promotori del bail-in hanno sostenuto che esso avrebbe principalmente raggiunto due scopi: 1) se azionisti e obbligazionisti rispondono direttamente delle perdite della banca staranno più attenti a dove e come investono; 2) in questo modo le perdite dovute al fallimento di una banca non saranno più distribuite tra tutti i contribuenti con i salvataggi di Stato (bail-out); in realtà, le cose non sembrano procedere in questo modo, poiché buona parte dei creditori delle banche non hanno la capacità di distinguere il rischio dello strumento offerto loro; i detentori di depositi superiori a 100.000 euro possono essere anche piccole imprese ed inoltre gli azionisti più forti ed i clienti previlegiati hanno accesso ad informazioni che consentono loro di sottrarsi per tempo al bail-in. Inoltre di fronte ad una massa ingente di risparmiatori che perde i propri risparmi il governo non può restare indifferente. In definitiva, si tratta di un modo per far pagare la ristrutturazione dei debiti ad azionisti e obbligazionisti, piuttosto che ai contribuenti degli altri paesi (in primis ai tedeschi); era previsto dall’Unione bancaria europea che insieme con il bail-in fosse predisposta anche un’assicurazione dei risparmi comune (cioè finanziata con risorse condivise) che garantisse, in caso di insolvenza di un istituto di credito, il rimborso dei depositi fino a 100.000 euro, una misura di condivisione dei rischi bancari che la Bundesbank ora chiede che venga rinviata di una decina di anni. Il problema infatti non è tanto quello dei prestiti incagliati delle banche (circa 200 miliardi in Italia), ma quello dei titoli pubblici del proprio paese in mano alle banche (in Italia 400 miliardi). Se la banca dovesse saltare, perché il debito pubblico di un Paese è diventato insostenibile, salvare la banca implicherebbe il sostegno al debito pubblico, e questo andrebbe contro i Trattati. Allora si dovrebbe agire tramite il MES (il meccanismo europeo di stabilità – in pratica il commissariamento della politica fiscale di un paese), ed ecco allora la proposta di una ristrutturazione automatica del debito; per l’entrata in vigore della garanzia europea dei depositi, la Commissione prevede un lungo periodo di transizione che terminerà nel 2024 con la creazione di un fondo unico, fondo che sarà alimentato progressivamente appena diventerà operativo. Fino ad allora i sistemi nazionali continueranno a operare. Si prevedono tre fasi: ri-assicurazione fino al 2020: i fondi nazionali di garanzia dei depositi potranno accedere al sistema di garanzia, ma solo una volta esaurite le proprie risorse, e soltanto se sono in regola con il livello di contribuzione stabilito; co-assicurazione fino al 2024: il fondo comune interviene, con il 20%, non appena è necessario rimborsare i correntisti; piena operatività del fondo comune, dopo tre anni di 'co-assicurazione' e quando saranno pienamente operativi il fondo comune salva-banche; ad osteggiare il varo dell'assicurazione europea sui depositi è la Germania, i governanti tedeschi temono infatti che essa comporterebbe una mutualizzazione dei rischi; ciò che sta accadendo in questi giorni a Deutsche Bank, quindi non solo alle banche italiane, è emblematico di quanto l’unione bancaria in Europa sia oggi monca e pericolosa. Infatti da inizio anno il titolo azionario del primo istituto tedesco ha perso più del 30% , questo perché da allora è in vigore la norma europea che, in caso di aiuto di Stato, colpisce duramente chi possiede azioni ed obbligazioni bancarie. Pertanto l’unione bancaria così com’è non può funzionare, ed i mercati lo stanno “spiegando” inequivocabilmente ai governi. Anche le norme che obbligano a colpire gli investitori ed i risparmiatori si stanno rivelando tragici acceleratori di crisi nella realtà di oggi e la stessa assenza di una garanzia europea sui depositi non fa che rendere l’intero edificio ancora più fragile, anche perché colpire i correntisti di un solo istituto rischia di alimentare i timori e il contagio in tutte le altre banche dello stesso Paese; premesso tutto ciò, i decreti legislativi, che recepiscono per l’Italia il bail-in, ed attuativi della direttiva 2014/59/UE (D.Lgs. n. 180 e n. 181), sono stati emanati dopo il parere positivo dell’attuale maggioranza di governo, il 16 novembre 2015', ovverosia prima dell’entrata in vigore del c.d. decreto salva-banche n.183 del 2015 quasi integralmente assorbito, come si è detto dalla legge di stabilità 2016. L’attuale Governo, dunque, sarebbe potuto intervenire con un mese e mezzo di anticipo, considerato che l’entrata in vigore del bail in è prevista a decorrere dal 1 gennaio 2016; nella vicenda dei quattro istituti di credito il Governo si è ritrovato, pertanto, costretto ad imboccare un’altra strada da una parte chiedendo a tre grandi gruppi bancari come Banca Intesa, Unicredit ed Ubi, di mettere per prime sul tavolo le risorse per un pronto intervento (circa 3,6 miliardi di euro), anche per conto degli altri istituti, e dall’altra svuotando gli stessi quattro istituti oramai in default ( che da soli valgono l’1% del mercato nazionale in termini di depositi) di tutti i crediti problematici e conferendoli ad una c.d. bad bank che si occuperà di recuperare il recuperabile. il Fondo di risoluzione (finanziato dalle banche e senza risorse pubbliche) ha messo a disposizione: 1,7 mld per la copertura delle perdite delle banche originarie (da 8,5 mld nominali); 1,8 mld per la ricapitalizzazione delle nuove banche; circa 140 mln per la costituzione ed il funzionamento della società che si occuperà della gestione e del recupero crediti; le parti sane finiscono in 4 nuove banche da subito operative per garantire la continuità aziendale e porle in vendita. Il costo dell’operazione è sostenuto, tra gli altri, dagli azionisti e dagli obbligazionisti subordinati; la Banca d’Italia ha avviato in data 21 novembre 2015 le procedure di risoluzione, ai sensi del decreto legislativo n. 180 del 2015 (di recepimento della Direttiva BRRD 2014/59), nei confronti della quattro banche citate, tutte in amministrazione straordinaria; i detentori di obbligazioni subordinate delle quattro banche erano circa 10.500, per un valore totale di 789 milioni di euro; quasi la metà di questo valore era nei portafogli di investitori istituzionali o professionali. Pertanto le perdite dei risparmiatori (intesi come persone fisiche) si dovrebbe aggirare intorno a circa 390-400 milioni di euro; nell’anno 2011 la Consob ha eliminato l’obbligo, fino allora in capo agli istituti di credito, di inserire nei prospetti di vendita gli scenari probabilistici relativi alle singole emissioni di obbligazioni subordinate emesse degli stessi. Qualora tale obbligo fosse stato vigente, rispetto all’operazione di emissione di Banca Etruria relativa al periodo 2013-2023 sarebbe stato possibile per il risparmiatore conoscere che acquistando il titolo avrebbe avuto il 63% di probabilità di perdere il 46% del capitale investito; secondo i dati disponibili alla fine dello scorso mese di ottobre, l’ammontare complessivo delle obbligazioni subordinate emesse dalle banche italiane era di 67 miliardi di euro(...). Negli ultimi quindici anni in Italia si sono registrate 100 crisi bancarie, tutte passate pressoché inosservate perché senza grosse ripercussioni sui risparmiatori; di fronte alle legittime proteste dei risparmiatori, il Governo è dovuto correre ai ripari istituendo il Fondo di solidarietà (non previsto nel Decreto cd. “Salva banche”) per i possessori di obbligazioni subordinate delle quattro banche fallite, di cui all’art. 1, commi 855-861 della legge n. 208 del 2015 (Legge di stabilità 2016), Fondo alimentato, sulla base delle esigenze finanziarie connesse alla corresponsione delle prestazioni, sino ad un massimo di 100 milioni di euro, dal Fondo interbancario di tutela dei depositi; è previsto che l'accesso alle prestazioni è riservato agli investitori che siano persone fisiche, imprenditori individuali, nonché imprenditori agricoli o coltivatori diretti, con un tetto massimo di rimborso, per ogni singolo risparmiatore che non dovrebbe superare i 100.000 euro. Inoltre, per completare il quadro normativo al riguardo – secondo quanto previsto dalla legge di stabilità 2016 – il Governo dovrà emanare un DPCM per la costituzione della Camera arbitrale presso l’Anac e uno o più decreti ministeriali per definire i criteri di accesso ai rimborsi. in particolare, il decreto ministeriale, da emanare entro il 1° aprile 2016, dovrà definire: a) le modalità di gestione del Fondo di solidarietà; b) le modalità e le condizioni di accesso al Fondo di solidarietà, ivi inclusi le modalità e i termini per la presentazione delle istanze di erogazione delle prestazioni; c) i criteri di quantificazione delle prestazioni, determinate in importi corrispondenti alla perdita subita, fino a un ammontare massimo; d) le procedure da esperire, che possono essere in tutto o in parte anche di natura arbitrale; e) le ulteriori disposizioni di attuazione delle norme in esame; successivamente, con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro dell'economia e delle finanze, previa deliberazione del Consiglio dei ministri, sentite le competenti Commissioni parlamentari, sono nominati gli arbitri, scelti tra persone di comprovata imparzialità, indipendenza, professionalità e onorabilità, ovvero possono essere disciplinati i criteri e le modalità di nomina dei medesimi e sono disciplinate le modalità di funzionamento del collegio arbitrale, nonché quelle per il supporto organizzativo alle procedure arbitrali, che può essere prestato anche avvalendosi di organismi o camere arbitrali già esistenti; impegna il Governo a sottoporre al parere delle Commissioni parlamentari competenti, prima della sua emanazione, il decreto ministeriale di cui all’articolo 1, comma 857, della legge n. 208/2015 (legge di Stabilità 2016), analogamente a quanto previsto dal successivo comma 859 riguardo al sopracitato DPCM; a prendere le opportune iniziative anche normative al fine di potere utilizzare le plusvalenze derivanti dalla cessione delle sofferenze delle banche fallite, per restituire ai sottoscrittori il risparmio investito in obbligazioni subordinate emesse dalle quattro banche oggetto di riduzione; a richiedere in sede europea, stanti gli effetti di destabilizzazione che comporta, la revisione delle norme del cd. “bail-in”; a predisporre una moratoria dell’applicazione del bail-in finché non entrerà in vigore la garanzia europea sui depositi, e comunque fino al 2018, al fine di prevedere una fase di transizione nell’applicazione delle nuove regole; a consentire comunque la sostituzione delle obbligazioni sottoscritte prima dell’entrata in vigore delle nuove disposizioni di risoluzione delle crisi bancarie; a predisporre le opportune iniziative, anche legislative, per consentire ai piccoli azionisti dei quattro istituti di credito di poter ottenere la sostituzione delle loro azioni con azioni delle nuove banche; a ripristinare l’obbligo, soppresso dalla CONSOB nel 2011, di inserimento nei prospetti di vendita degli scenari probabilistici relativi alle singole emissioni di obbligazioni subordinate; a prendere le opportune iniziative anche normative al fine di evitare la diffusa pratica commerciale scorretta di erogare mutui o finanziamenti solo a patto che il cliente acquisti azioni, obbligazioni o polizze dello stesso istituto di credito o di aziende da esso controllate, e per stabilire maggiori sanzioni e revocatorie in capo agli amministratori degli istituti di credito per gravi violazioni nelle pratiche commerciali; a prendere le opportune iniziative legislative e/o regolamentari, anche di concerto con le parti sociali, per garantire adeguata formazione agli operatori del credito ed eliminare la pratica delle pressioni commerciali; a prendere opportune iniziative che impediscano la cessione delle quattro New Bank in premessa a favore di un unico soggetto, che vengano privilegiati partner bancari anziché fondi di investimento, e che prevedano una clausola sociale finalizzata alla piena tutela occupazionale; a prendere le opportune iniziative anche normative al fine: 1) vietare la vendita retail delle obbligazioni subordinate, prevedendo che esse vengano inserite in modo chiaro nella lista dei prodotti complessi; 2) prevedere che obbligazioni bancarie siano collocate esclusivamente presso gli investitori istituzionali, e che devono entrare nei portafogli degli investitori al dettaglio solo attraverso il mercato secondario o indirettamente, via l’acquisto di quote di fondi; a prendere le opportune iniziative anche normative al fine di consentire al risparmiatore di potersi rivolgere alla Consob per la verifica dell'aderenza del proprio profilo di rischio al prodotto acquistato; a prevedere sanzioni penali e civili più stringenti in capo ai revisori dei conti dei singoli istituti qualora le indicazioni della Banca d’Italia venissero disattese; a prendere le opportune iniziative anche legislative affinché la Cassa Depositi e Prestiti acquisti parte delle sofferenze bancarie garantite da ipoteche immobiliari utilizzando gli stessi immobili per il varo di un Piano casa a favore delle famiglie in difficoltà; a prevedere la costituzione di un Autorità indipendente volta unicamente alla tutela del risparmio in applicazione dell’articolo 47 della nostra Costituzione; a predisporre le opportune iniziative, anche normative, finalizzate a facilitare le azioni di risarcimento del danno di cui i risparmiatori danneggiati dovessero, eventualmente, essere titolari a causa della violazione delle regole di comportamento a tutela dei risparmiatori e delle norme sulla valutazione del loro profilo di rischio.

Paglia, Fassina, Scotto, Airaudo, Franco Bordo, Costantino, D'Attorre, Duranti, Daniele Farina, Claudio Fava, Ferrara, Folino, Fratoianni, Carlo Galli, Giancarlo Giordano, Gregori, Kronbichler, Marcon, Melilla, Nicchi, Palazzotto, Pannarale, Pellegrino, Piras, Placido, Quaranta, Ricciatti, Sannicandro, Zaratti, Zaccagnini.

Mozione Bambini Soldato

  • Feb 09, 2016
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  • Pubblicato in Mozioni

La Camera, premesso che :

il 20 novembre 1989 è stata approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite la Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’Adolescenza (Convention on the Rights of the Child – CRC”, principale strumento normativo internazionale a tutela dei diritti dei minori; durante la Conferenza dal titolo “Liberiamo i bambini dalla guerra” organizzata a Parigi nel 2007 dall’UNICEF e dal Governo della Repubblica francese, sono state fornite cifre secondo le quali dai 250.000 ai 300.000 bambini sarebbero stati impiegati in conflitti bellici; in base a quanto riportato nel “rapporto delle Nazioni Unite del 2014”, soltanto nel 2013 sono stati certificati più di 4000 casi di “bambino soldato” vittime di reclutamento, addestramento, utilizzo e prigionia durante i conflitti armati, mentre si ipotizzano migliaia di episodi analoghi a quelli certificati; stimare realmente il fenomeno risulta quindi alquanto arduo, dato che per “bambino soldato” si intende ogni minore appartenente ad un gruppo armato a prescindere da genere e ruolo esercitato; i “bambini soldato”, nello specifico, oltre ad essere impiegati direttamente nei conflitti armati sono anche esposti a violenze sessuali, somministrazione di stupefacenti e malattie letali, nonché ad avere gravidanze precoci; dai rapporti delle Nazioni Unite si evince come siano oltre 23 i paesi segnalati in cui vi è impiego dei bambini nei conflitti armati, fra cui Afghanistan, Repubblica Centroafricana, Rep. Dem. del Congo, Sudan del Sud, Iraq, Mali, Myanmar, Somalia, Siria, Yemen, Nigeria, Filippine; il 6 marzo del 2014 l’ONU ha lanciato la campagna “Children, not soldiers” al fine di porre fine alla pratica dei “bambini soldato” da parte dei governi entro il 2016. Tale obiettivo risulta ancora più arduo data la situazione di perenne conflitto che interessa il Medioriente; in merito alla sopracitata “Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’Adolescenza sono stati emanati tre “protocolli opzionali”: il “Protocollo opzionale alla convenzione dei diritti del fanciullo concernente il coinvolgimento dei bambini nei conflitti armati” (Opional Protocol on the involvement of children in Armed Conflict –OPAC; il “Protocollo Opzionale sulla vendita di bambini, la prostituzione minorile e la pornografia rappresentante minori ( Optional Protocol on the Sale of Children, child prostitution and child pornography – OPSC”); il “Terzo Protocollo Opzionale sulla “procedura di presentazione di comunicazioni”; nello specifico, i primi due protocolli (OPAC e OPSC) sono stati approvati dalla Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 25 maggio 2000 ed entrati in vigore il 18 gennaio 2002 il secondo, il 12 febbraio il primo. Il terzo protocollo invece è stato approvato dalla Assemblea Generale il 19 dicembre 2011 ed è entrato in vigore il 14 gennaio 2014. Lo stesso, per la prima volta prevede dei rimedi contro le violazioni dei diritti fondamentali dei minori riconosciuti dal “CRC” e consentirà la difesa dei diritti dei minorenni, attraverso lo strumento delle segnalazioni o denunce al Comitato ONU su diritti dell’infanzia e dell’adolescenza; l’Italia ha ratificato i primi due protocolli con la legge n.46 del 2002. Il terzo protocollo invece è stato firmato il 28 febbraio 2012 e ratificato con legge n.199 del 16.11.2015; come si evince anche dall’ottavo “Rapporto di aggiornamento sul monitoraggio della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia 2014-2015” del gruppo “CRC”, il Comitato riscontra da parte dell’Italia – in riferimento all’ultimo rapporto prodotto, risalente al 2011 - la mancata applicazione delle raccomandazioni precedentemente fatte con particolare riferimento a quanto previsto dal “Protocollo opzionale alla convenzione dei diritti del fanciullo concernente il coinvolgimento dei bambini nei conflitti armati” (Opional Protocol on the involvement of children in Armed Conflict –OPAC. fra le mancate applicazioni risultano degne di menzione quelle riguardanti : a) la mancata definizione del concetto di “partecipazione diretta” da parte delle leggi nazionali in linea con quanto previsto dagli articoli 1 e 4 del “Protocollo opzionale concernente il coinvolgimento dei bambini nei conflitti armati”; b) la mancata applicazione dell’introduzione del divieto della vendita di armi leggere e di piccolo calibro ai Paesi in cui i minori siano parte coinvolta dei conflitti armati; c) la mancanza, nel rapporto elaborato dall’Italia, delle informazioni inerenti la riabilitazione e la reintegrazione sociale dei minori vittime dei crimini oggetto del Protocollo opzionale; d) l’assenza, nei programmi delle quattro scuole militari operanti in Italia, di materie specifiche, curriculari e non opzionali, che abbiano come oggetto i Diritti Umani con riferimento alla Convenzione ed al Protocollo Opzionale “OPAC” oltre ad Amnesty International, diverse associazioni si sono occupate negli anni del fenomeno dei “bambini soldato” producendo diversi dossier studio e di valutazione sulle predette applicazioni del Protocollo Opzionale, fra cui in particolare l’“Istituto di ricerche internazionali Archivio Disarmo”; Considerato che : l’Italia fornisce aiuti militari – oltre che addestramento alle forze di Polizia - ai Paesi in cui si riscontrano arruolamento ed utilizzo dei minori nei conflitti armati. Fra queste si ricordano le diverse missioni che si sono succedute negli ultimi anni in Afghanistan ( fra cui l’ultima, “Resolute Support” tutt’ora in corso) e la Missione “EUTM Somalia”; quest’ultima missione ha come scopo la costituzione ed il rafforzamento delle Forze armate somale mediante la formazione del personale ed è attualmente a guida italiana. Secondo quanto si apprende dal rapporto militare del Segretario Generale dell’ONU “ Le sortes des enfant en temps de conflit armé” del 2015, risultano almeno 197 casi di bambini soldato impiegati dalle forze armate di Mogadiscio, oltre che 70 casi di violenze sessuali su ragazze operate dalle stesse forze armate o da milizie ad esse affiliate. Analogamente, secondo quanto espresso dal “Rapporto 2014/2015 di Amnesty International, il Governo di Mogadiscio sarebbe responsabile di gravi violazioni dei diritti umani. Nonostante ciò, nel novembre del 2015 il Senato ha approvato – trasmettendolo alla Camera dei Deputati – il Disegno di “Ratifica ed esecuzione dell’accordo tra il Governo della Repubblica italiana ed il Governo federale della Repubblica di Somalia in materia di cooperazione nel settore della difesa”, finalizzato anche a favorire lo scambio ed il commercio di armamenti con la Somalia; le armi leggere e di piccolo calibro (come ad esempio pistole, fucili oltre che loro parti ed accessori) sono in gran parte considerate “armi civili”, di conseguenza regolamentate dalla Legge n.110 del 1975 (e successive modifiche). Risulta in tal modo alquanto difficile un monitoraggio del commercio delle stesse verso Paesi in cui sono impiegati minori nei conflitti armati, considerato che suddette armi - leggere e di piccolo calibro – risultano essere quelle più impiegate ( per “facilità” e “comodità” di utilizzo) dai bambini soldato; il rifinanziamento delle Missioni Internazionali avviene ormai per prassi con Decretazione “omnibus” di urgenza, che ricomprende anche i fondi per la cooperazione e lo sviluppo, nonostante l’approvazione della Legge n.125 del 2014 circa appunto la “Disciplina generale sulla cooperazione internazionale per lo sviluppo”:- Impegna il Governo: a vietare ogni forma di aiuto militare e l’esportazione delle armi – compreso quelle leggere e di piccolo calibro - ai Paesi che utilizzano i minori nei conflitti armati; ad includere il reclutamento e l’utilizzo dei minori in conflitti armati tra i motivi previsti dalla legislazione nazionale per la concessione dello status di rifugiato; ad espungere dai decreti di rifinanziamento delle missioni internazionali il capitolo concernente il rifinanziamento dei progetti di cooperazione e sviluppo, così come previsto dalla Legge n.125 del 2014; a produrre informative - da sottoporre alla attenzione del Parlamento e delle Commissioni competenti - circa i progetti già avviati di cooperazione e sviluppo, con particolare riferimento a quelli avviati in Stati in cui potrebbero essere impiegati minori nei conflitti armati; a promuovere, nell’ambito della cooperazione internazionale, progetti diretti esplicitamente al recupero ed al reinserimento degli ex bambini soldato nella società civile; a definire, nella normativa nazionale, il concetto di “partecipazione diretta” così come indicato agli articoli 1 e 4 del “Protocollo opzionale OPAC”; ad introdurre nei programmi delle scuole militari materie - curriculari e non opzionali – riguardanti il diritto internazionale ed i Diritti Umani con riferimento anche alla Convenzione ed al Protocollo OPAC.

On. Donatella Duranti, Arturo Scotto, Giulio Marcon, Michele Piras, Lara Ricciatti, Franco Bordo, Arcangelo Sannicandro, Gianni Melilla

Il testo dell'ordine del giorno che la Camera dei deputati discuterà martedì prossimo prima del voto finale sulla conversione in legge del Decreto sugli Enti Territoriali che contiene una parte riguardante la ricostruzione dell'Aquila e dei 57 comuni del cratere sismico.

Gianni Melilla , deputato

SEL ORDINE DEL GIORNO

- Camera dei Deputati premesso che:

l’articolo 11 del provvedimento in esame, prevede una serie di diposizioni volte ad accelerare la ricostruzione dei territori dell’Abruzzo colpiti dal sisma del 6 aprile 2009; sono passati oltre sei anni da quando un terremoto di magnitudo 5,9 colpì la città de L’Aquila e oltre 160 comuni abruzzesi (dei quali 57 fanno parte del cosiddetto “cratere sismico”), provocando la morte di 309 persone, circa 1.600 feriti, e oltre 67 mila sfollati, e la distruzione di gran parte del centro storico de L’Aquila, e di edifici, anche storici, di molti comuni abruzzesi; la situazione dopo sei anni dal terremoto è questa: i nuovi quartieri de L’Aquila sono ricostruiti all’80%, dentro le mura siamo al 10%, nel cuore del centro al 3%, nelle frazioni a zero come in molti paesi vicini. La situazione del centro storico de L’Aquila è rimasta quindi pressoché invariata. Nella “zona rossa” sono stati ricostruiti solamente pochi edifici; uno dei principali problemi che rallentano la ricostruzione è non solo la quantità di risorse che vengono stanziate ma anche, e forse soprattutto, la continuità dei finanziamenti, che deve essere costante al fine di consentire una effettiva programmazione di tutti gli interventi ancora necessari per completare la ricostruzione. Attualmente vi sono “buchi” di 6-12 mesi tra le delibere Cipe e l’effettivo versamento dei soldi ai comuni; così come è indispensabile consentire al comune dell’Aquila di poter prorogare o rinnovare i contratti di lavoro già in essere previsti dalla normativa vigente, al fine di consentirgli di mantenere in servizio personale indispensabile per le attività legate alla ricostruzione e in servizi pubblici essenziali; ad aggravare la situazione di una provincia già colpita, si aggiunga il fatto che siamo di fronte ad un territorio che negli ultimi due anni ha perso circa 17 mila posti di lavoro in quasi tutti i comparti produttivi. Come ricordato dal segretario provinciale della Cgil, Umberto Trasatti, oggi ci sono 107 mila occupati a fronte di 124 mila del 2012. Nella provincia è ora al 13,9% contro la media nazionale del 12,7%. Sempre nel 2012, quando si stava concludendo la ricostruzione “leggera”, gli edili che lavoravano nel più grande cantiere d’Europa erano 16 mila, a fine 2014 erano 12 mila. Inoltre 1.500 lavoratori aquilani dall’aprile 2014 non percepiscono la cassa integrazione in deroga perché non ci sono soldi; impegna il Governo a portare a 2 milioni per ciascuno degli anni 2016 e 2017, i limiti di spesa previsti dall’art. 4, comma 14, del D.L.101/2013, volti a consentire al Comune dell’Aquila la proroga o il rinnovo dei contratti di lavoro a tempo determinato previsti dall'articolo 2, del decreto-legge 225/2010, con oneri a carico del bilancio del Comune; a consentire al Comune dell’Aquila, nei limiti delle risorse già trasferite ai sensi dell’art.67 ter, comma 5, e dell’art. 67 sexies del D.L. 83/2012, di utilizzare la quota destinata all’incremento del fondo delle risorse decentrate riservata agli assunti dal concorso Ripam per la remunerazione del trattamento accessorio e per tutti gli istituti contrattuali finanziati dal fondo medesimo; al fine di completare le attività finalizzate alla fase di ricostruzione del tessuto urbano, sociale e occupazionale della città dell’Aquila a seguito del sisma dell’aprile 2009, ad autorizzare il Comune a realizzare progetti di intervento educativo e sociale finalizzati a mantenere l’attuale livello qualitativo e quantitativo dei servizi educativi per la prima infanzia, a valere sulle economie accertate dal Titolare dell’Ufficio Speciale della Città dell’Aquila di cui alla deliberazione CIPE n.23/2014 per le annualità 2015, 2016 e 2017, prevedendo che i progetti di intervento siano preventivamente approvati e successivamente rendicontati al Titolare dell’Ufficio Speciale della Città dell’Aquila; ad accelerare i tempi tra le delibere Cipe di assegnazione delle risorse, e l’effettiva erogazione delle medesime a favore degli enti locali;

MELILLA

La Camera,

premesso che:

la tracciabilità è uno strumento necessario per combattere l’evasione fiscale. Il governo Monti aveva varato un pacchetto di misure per il contrasto dell’evasione fiscale. Lo strumento principale consisteva nella tracciabilità, in base alla quale non potevano essere effettuati pagamenti per importi superiori ai mille euro in contanti; la precedente soglia, stabilita dal governo Berlusconi era pari a 2.500 euro; diversi studi dimostrano come un ricorso più diffuso ai pagamenti elettronici permetterebbe da un lato, attraverso la tracciabilità delle transazioni, di coadiuvare le azioni di contrasto all’evasione fiscale ed al riciclaggio di denaro, di compliance fiscale e quindi favorire l’emersione di ricchezza sommersa, e dall’altro di ridurre il costo di gestione del denaro contante a tutto vantaggio dell’economia italiana, aspetto, quest’ultimo, spesso sottovalutato dagli esercenti stessi, ma che secondo dati diffusi dalla Banca d’Italia corrispondono allo 0,5% del PIL, il 49% dei quali sarebbe sostenuto da banche ed infrastrutture per l’offerta dei servizi di pagamento, mentre il restante 51% sarebbe a carico delle imprese; il costo dei contanti è elevato; un costo che deriva non solo dalla stampa delle banconote e dal conio delle monete, ma anche dalle spese di distribuzione e di controllo a cui si aggiungono gli oneri per la sicurezza per il trasporto e la conservazione dei valori; uno studio della BCE ha evidenziato che l’Europa spende ogni anno lo 0,46% del suo PIL (60 miliardi di euro) per il denaro. E in Italia, dove il denaro cartaceo è più diffuso che altrove, i costi ammontano a circa 10 miliardi di euro, pari allo 0,52% del PIL (valore superiore a quello, 0,40%, rilevato nella media degli altri paesi europei). Questo significa che per pagare il personale, le perdite, i furti, le apparecchiature, il trasporto, la sicurezza, i magazzini, la vigilanza, le assicurazioni spendiamo circa 200€ a testa l’anno; c'è anche il tema del costo industriale di fabbricazione delle micro monete, quelle da 1 e 2 centesimi di euro che spesso e volentieri si perdono. Coniare una monetina da 1 centesimo ne costa 4,5, mentre per fabbricarne una da 2 centesimi si spendono 5,2 cent. Lo scorso autunno Sel ha presentato una mozione alla Camera sulla questione, calcolando che i costi di fabbricazione sono costati all'Italia 188 milioni di euro in dieci anni; la relazione esistente tra l’utilizzo del contante, strumento di pagamento di cui non è possibile seguire le tracce fiscali, e l’evasione è chiara ed è stata evidenziata da diversi studi. Si veda, ad esempio: Rogoff, K. (1998), Blessing or curse? Foreign and Underground Demand for Euro Notes, Economic Policy - A European Forum, 261-303, e Goodhart, C., e Krueger, M. (2001), “The Impact of Technology on Cash Usage, discussion paper 374, Financial Markets Group, London School of Economics and Political Science, London, UK; esiste una precisa correlazione tra i prelievi in contante e l’incidenza dell’economia sommersa: la relazione tra l’importo medio unitario dei prelievi di contanti da sportelli automatici bancari, nei vari paesi europei, e l’economia sommersa, espressa in percentuale di Pil, è chiaramente positiva. Dove si utilizza più contante, l’incidenza dell’economia sommersa è più elevata. In particolare, Grecia e Italia sono i paesi europei che mostrano i prelievi di contanti di importo medio più elevato (rispettivamente 250 e 175 euro) e che contestualmente hanno la più alta incidenza sul Pil dell’economia sommersa; comunque, in Italia il ricorso alla moneta elettronica è sempre più diffuso, anche se il gap con il resto dell’Europa resta notevole e potrebbe essere colmato anche grazie agli elevati standard di sicurezza raggiunti. Infatti, l’ultimo Osservatorio Assofin-Crif Decision Solutions-GfK Eurisko, relativo al consuntivo del 2011, rileva la presenza nel nostro Paese di 71,2 milioni di carte per i pagamenti, una media di 1,2 per abitante, numero cresciuto sensibilmente negli ultimi vent’anni, ma che resta inferiore alla media dell’Unione Europea (1,5), per non dire dei paesi più virtuosi come il Regno Unito (2,4 per abitante) o la Svezia (2,2); e tuttavia, le operazioni fatte risultano ancora molto contenute nel confronto internazionale: ogni italiano ne fa annualmente solo 24,5 contro le 57 dell’area euro e le 191,1 degli Stati Uniti d’America; è, dunque, necessario un intervento organico che da un lato limiti fortemente l’utilizzo del denaro contante e dall’altro disponga una serie di incentivi per i consumatori e gli operatori del settore; alcune direttive europee e norme interne spingono in questa direzione, nella convinzione che tutto il sistema economico e finanziario tragga vantaggi da questa innovazione. Per dare un impulso importante alla maturazione del mercato italiano dei pagamenti elettronici ed avvicinarlo così agli standard europei, governo e parlamento hanno varato negli ultimi anni, accanto ad una serie di misure restrittive sull'uso del denaro contante e dei mezzi di pagamento al portatore e di definizione dell’ambito di applicazione dei pagamenti mediante carte di debito, anche una norma per la quale esiste l'obbligo di accettare da privati pagamenti per acquisti di prodotti e prestazioni di servizi di importo superiore a 30 euro a mezzo del c.d. POS (Point of Sale); in Italia, i costi complessivi legati al mantenimento ed all'uso del Pos sono più alti del 50% rispetto alla media europea. La interchange fee rappresenta circa il 70-90% dell’importo della commissione che viene applicata nel rapporto fra banca dell’esercente e banca del consumatore nel momento della transazione con carte di pagamento. Nel luglio del 2013 la Commissione UE, nell’ambito della revisione della direttiva sui servizi di pagamento (PSD), ha presentato una proposta di limitazione dell’interchange fee che prevede un tetto dello 0,2 per cento della transazione per le carte di debito e dello 0,3 per cento della transazione per le carte di credito, tetto che per i primi 22 mesi sarà in vigore solo per le transazioni internazionali, successivamente entrerà in vigore anche per quelle nazionali. La stessa UE si aspetta che da questa riduzione derivi una parallela riduzione delle commissioni finali sugli acquisti ; numerose indagini condotte anche da autorità Antitrust, hanno dimostrato che l'elevato livello delle commissioni interbancarie produce effetti anticoncorrenziali ed alti costi per gli esercenti commerciali (che poi li riversano sui prezzi finali), ostacolando in tal modo la diffusione dei sistemi di pagamento alternativi e meno costosi, in grado di rendere più semplice la vita dei consumatori e di generare più transazioni per i commercianti; il costo delle Cim, applicato non in tutti i Paesi ed in maniera difforme (in certi Paesi vengono incidono solo sulle operazioni transfrontaliere, in altri su tutte le transazioni), viene imputato agli esercenti nell’ambito più generale delle spese a loro fatturate per l’utilizzo delle carte di credito, e spesso finisce per essere ricaricato dagli stessi sul prezzo finale del prodotto a tutto danno del consumatore finale, costituendo, per questo, una restrizione alla concorrenza sui prezzi; l’Abi (Associazione bancaria italiana) ha avuto modo di dichiarare a proposito dell’approccio contrario alle Cim da parte della Commissione Europea che: ”se per Bruxelles le commissioni sono negative per la concorrenza, il costo delle carte di pagamento rischia di aumentare a discapito dei possessori”, lasciando in tal modo intendere che la disapplicazione delle Cim comporterà inevitabili ripercussioni sui consumatori, dato che le banche scaricheranno le minori entrate interamente sui correntisti; una maggiore quanto auspicata diffusione della moneta elettronica deve passare necessariamente attraverso l’abolizione delle commissioni interbancarie multilaterali, pertanto il Governo deve intervenire in materia, anche di concerto con l’Abi; Impegna il governo: a ridurre il limite dei pagamenti in contanti che oggi è fissato a 1.000 euro, a 499 euro contestualmente alla riduzione delle commissioni e dei costi di gestione della moneta elettronica per imprese e cittadini; a prendere le opportune iniziative, anche legislative, per: - stabilire e ridurre con progressione annuale anche l’importo massimo mensile per i prelievi delle persone fisiche e giuridiche; - stabilire l’obbligo di utilizzare strumenti telematici per l’effettuazione delle operazioni di pagamento delle spese delle pubbliche amministrazioni centrali e locali e dei loro enti; - riservare la possibilità di dedurre o detrarre nell’ambito fiscale, sia per le persone fisiche che giuridiche, solo le spese effettuate con strumenti di pagamento che ne consentano la tracciabilità; a prendere le opportune iniziative, anche legislative, al fine di abolire le commissioni interbancarie multilaterali; a prevedere per i commercianti ed i professionisti forme di defiscalizzazione che contemplino il riconoscimento di un credito di imposta a coloro che si dotano del terminale POS; a valutare misure di sostegno all’utilizzo della moneta elettronica (eliminazione commissioni interbancarie, credito d’imposta per l’acquisto di POS, corsi rivolti alle persone anziane, bancomat gratuito per le persone con redditi bassi, ecc…), da finanziare anche con i risparmi che via a via deriverebbero al Tesoro, alle banche ed alle infrastrutture per l’offerta dei servizi di pagamento, dal minor utilizzo del contante.

Paglia, Melilla, Marcon, Scotto